Domenica 19 gennaio 2020

Vangelo della domenica (Giovanni 1, 29-34)

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». [...]

il Commento

Giovanni vedendo Gesù venire…
Poter avere, come lui, occhi di profeta e so che non è impossibile perchè «vi è un pizzico di profeta nei recessi di ogni esistenza umana» (A.J. Heschel); vedere Gesù mentre viene, eternamente incamminato lungo il fiume dei giorni, carico di tutta la lontananza; mentre viene negli occhi dei fratelli uccisi come agnelli; mentre viene lungo il confine tra bene e male dove si gioca il tuo e, in te, il destino del mondo. Vederlo venire (come ci è stato concesso a Natale) pellegrino dell’eternità, nella polvere dei nostri sentieri, sparpagliato per tutta la terra, rabdomante d’amore dentro l’accampamento umano, da dove non se ne andrà mai più. Ecco l’agnello, il piccolo del gregge, l’ultimo nato che ha ancora bisogno della madre e si affida al pastore, che vuole crescere con noi e in mezzo a noi. Non è il «leone di Giuda», che viene a sistemare i malvagi e i prepotenti, ma un piccolo Dio che non può e non vuole far paura a nessuno; che non si impone, ma si propone e domanda solo di essere accolto. Accolto come il racconto della tenerezza di Dio. Viene e porta la rivoluzione della tenerezza, porta un altro modo possibile di abitare la terra, vivendo una vita libera da inganno e da violenza. Amatevi, dirà, altrimenti vi distruggerete, è tutto qui il Vangelo. Ecco l’agnello, inerme e più forte di tutti gli Erodi della terra. Una sfida a viso aperto alla violenza, alla sua logica, al disamore che è la radice di ogni peccato. Viene l’Agnello di Dio, e porta molto di più del perdono, porta se stesso: Dio nella carne, il cromosoma divino nel nostro Dna, il suo cuore dentro il nostro cuore, respiro dentro il respiro, per sempre. E toglie il peccato del mondo. Il verbo è declinato al presente: ecco Colui che instancabilmente, infallibilmente, giorno per giorno, continua a togliere, a raschiare via, adesso ancora, il male dell’uomo. E in che modo toglie il male? Con la minaccia e il castigo? No, ma con lo stesso metodo vitale, positivo con cui opera nella creazione. Per vincere il buio della notte Dio incomincia a soffiare sulla luce del giorno; per vincere il gelo accende il suo sole; per vincere la steppa semina milioni di semi; per vincere la zizzania del campo si prende cura del buon grano; per demolire la menzogna Lui passa libero, disarmato, amorevole fra le creature. Il peccato è tolto: nel Vangelo il peccato è presente e tuttavia è assente. Gesù ne parla solo per dirci: è tolto, è perdonabile sempre! E come Lui, il discepolo non condanna, ma annuncia un Dio che dimentica se stesso dietro una pecora smarrita, un bambino, un’adultera. Che muore per loro e tutti li catturerà dentro la sua risurrezione.

— di Ermes Ronchi

 

la Preghiera

Giovanni il Battista ha ricevuto una missione
e intende onorarla fino in fondo.

È colui che deve aprire la strada a te, Gesù,
destare i cuori all’attesa del Messia,
invitare alla conversione
per ricevere degnamente l’Inviato di Dio.

Per questo si consacra interamente
all’annuncio della tua venuta,
senza pensare troppo al cibo o al vestito.

È il profeta che deve mettere in guardia
dal rischio di rifiutare
Dio che visita il suo popolo
e quindi di tagliarsi fuori
dalla salvezza che egli offre.

La sua voce si alza coraggiosamente
per smascherare il peccato
e far nascere comportamenti nuovi
improntati all’equità,
alla giustizia, alla condivisione.

Ma è anche il testimone,
colui che prende la parola per trasmettere
quanto ha visto – lo Spirito di Dio che
discende e rimane su di te –
e quindi per dichiarare
che le promesse si sono compiute.

Da testimone autentico il Battista
non vuole occupare la scena a tutti i costi
o rimanere sotto i riflettori.

Anzi, dichiara immediatamente la
sproporzione che esiste fra te e lui
e accetta con gioia di farsi da parte
perché la sua missione è conclusa.

— Roberto Laurita

 

L'approfondimento della settimana

Come vivere nella falsità senza essere disturbati
La vita ci chiede ogni giorno di essere testimoni della verità. La realtà ci obbliga a confrontarci con la verità. Quando si tratta però dei nostri sentimenti o delle nostre idee facciamo più fatica ad ammettere che siano false. Siamo sempre convinti che il nostro modo di pensare sia la verità. E quando la realtà ci presenta timidi accenni di dissenso, troviamo sempre la strategia per coprirla, per distruggerla e mistificarla. La domanda sulla verità dovrebbe assillarci. E non parlo della verità dei filosofi, ma della verità del nostro cuore, delle parole che diciamo, dei pensieri che abbiamo, la verità delle nostre scelte e dei nostri comportamenti. Non a caso i medievali dicevano che il buono e il vero sono interscambiabili: una cosa, un’idea, una parola, se sono falsi non possono mai essere buoni. Il Vangelo di Giovanni è costruito come un grande processo, in cui Gesù è l’imputato e dove i discepoli sono chiamati a dare testimonianza. Solo alla fine del Vangelo, Gesù, elevato sul trono della croce, diventa il giudice di quanti hanno testimoniato il vero o il falso! Giovanni Battista è l’immagine del primo testimone che ha bisogno di liberarsi dei suoi schemi, per accogliere una verità che inizialmente non è disposto ad ammettere. Egli aveva l’idea di un Dio che vuole fare giustizia con la scure sempre pronta alla radice dell’albero cattivo da abbattere. Gesù invece annuncia un Dio che mangia con i peccatori, che offre il perdono gratuitamente, che cammina per le strade polverose e va incontro a chi è malato. La verità ci impone di confrontarci con i fatti prima che con le nostre idee. Occorre guardare prima di chiedersi: cosa penso? Nel Vangelo questo invito a guardare è sempre reso dalla parola ecco. Poi bisogna dare un nome a quello che si vede. Giovanni Battista usa due immagini: l’agnello e la colomba. Giovanni vede in Gesù il nuovo agnello pasquale che riconcilia nella sua morte definitivamente l’umanità con Dio. L’altra immagine è la colomba: Gesù è infatti colui nel quale lo Spirito che ha accompagnato tutta la storia d’Israele giunge alla pienezza. Egli è colui che compie tutta la Sacra Scrittura, è la parola piena e definitiva del Padre. Giovanni Battista assume dunque il compito che la vita sempre ci affida: dire la verità davanti a quello che vediamo. Per questo, all’inizio del Vangelo, il Battista richiama anche noi a verificare con quanta verità stiamo vivendo la nostra vita. Senza questa verità infatti non arriveremo a riconoscere la presenza di Dio, ma resteremo prigionieri delle nostre bugie.

— Da G.Piccolo, www.cajetanusparvus.com, 13/01/2017.